Pillole d’Arte meno conosciuta

Un viaggio, soprattutto al femminile, per conoscere artisti meno famosi.

Pillole d’Arte a cura della Prof.ssa Federica MINGOZZI, insegnante di materie letterarie all’Istituto Carlo Alberto di Novara, nonché guida turistica, delegata FAI e conduttrice televisiva di apprezzati programmi culturali su Videonovara


Georgia O’Keeffe nasce nel 1887 in una piccola città del Wisconsin. A 12 anni decide di diventare un’artista e inizia a frequentare la scuola d’arte, prima a Chicago, poi a New York, sotto la guida di William Merritt Chase; a 21 abbandona il progetto poiché non riesce a entrare in sintonia con la tradizione realista dei suoi insegnanti, ma un corso estivo in Virginia le restituisce la tenacia artistica, grazie agli insegnamenti di arte giapponese di Arthur Wesley Dow e allo studio delle teorie sull’astrattismo di Kandinsky. All’inizio degli anni Dieci espone a New York, nella galleria del fotografo Alfred Stieglitz, insieme a Picasso e Braque. La stessa galleria, centro dell’Avanguardia modernista americana, ospita la sua prima personale nel 1917; dal 1918, trasferitasi a New York, convive con Stieglitz, che dallo stesso anno realizza una serie di fotografie dell’artista. “Gli uomini mi descrivono come la migliore pittrice donna ma io penso di essere tra i migliori pittori in assoluto”. Tra il 1919 e il ’34, durante le estati e gli autunni trascorsi sul Lago George, realizza circa 200 dipinti: fiori, foglie e architetture di gusto straordinariamente moderno, semplificandone le forme al punto da dare vita a un nuovo linguaggio artistico che va sotto il nome di Modernismo. Dal 1929 inizia a visitare il New Mexico e si innamora del patetico paesaggio desertico con le sue montagne aspre e taglienti; dal 1940 vi si trasferisce e proprio questo paesaggio diventa il suo nuovo idolo pittorico: lo dipinge in ogni sfumatura, combattendo le condizioni climatiche avverse e accampandosi sotto le stelle pur di coglierlo nella sua significatività. Dal 1972 perde la vista, ma continua a disegnare fino ai primi anni ’80. Muore nel 1986 a Santa Fe. “Ho delle cose nella mia testa che non sono come quelle che qualcuno mi ha insegnato… Forme e idee così vicino a me… Così naturali per il mio modo di essere e di pensare anche se altri non hanno pensato di dipingerle”.

A cura di Federica Mingozzi

Rembrandt Bugatti nasce a Milano nel 1884, terzo figlio di Carlo e Teresa Lorioli, fratello di Ettore, fondatore della casa automobilistica, e nipote di Giovanni Segantini. Il nome di battesimo viene suggerito dal suo padrino, lo scultore Ercole Rosa, uno dei tanti intellettuali che frequenta il salotto di famiglia. Si interessa precocemente al scultura, influenzato in particolare da Paolo Troubetzkoy. Studia a Brera e riesce a esporre i suoi lavori prima a Venezia e poi a Parigi, dove si trasferisce con la famiglia nel 1902. L’Elefante danzante del 1904 diventerà il simbolo della Bugatti Royale dagli anni Venti. Nella capitale francese passa molto tempo al Jardin des Plantes, dove trova la sua dimensione artistica. Nel 1907 si trasferisce as Anversa, dove stabilisce il suo studio vicino allo zoo, con la possibilità di modellare le sue sculture direttamente dal vivo; tra il 1907 e il 1914 realizza diverse opere che incontrano il favore del pubblico. Passa ore a osservare gli animali, cercando di coglierne i movimenti per renderli nella loro alterità dalla natura umana. Solo a contatto con loro sembra trovare consolazione. Durante le ore di osservazione si trasfigura, mentre il suo viso si deforma per lo sforzo di concentrazione nel tentativo di entrare nella loro vita. Riesce a riprodurre questa stessa vita nelle sue sculture realizzate con grande rapidità, con la consapevolezza che l’uomo non è un essere superiore. La Prima Guerra Mondiale lo getta in uno stato di sconforto, anche a causa dell’abbattimento degli animali dello zoo. Ammalatosi di tubercolosi mentre si dedica all’assistenza dei feriti, decide di tornare in Italia per arruolarsi, ma viene riformato. Tornato a Parigi, in due locali “non molto luminosi ma sufficientemente ampi”, muore suicida nel 1916 inalando del gas. “Questa vita tuttavia mi pesa molto” aveva infatti scritto al fratello, con cui aveva rari rapporti a distanza e della cui moglie era probabilmente innamorato.

A cura di Federica Mingozzi

Vanna Nicolotti nasce a Novara nel 1929. Dopo il Liceo artistico, frequenta l’Accademia di Brera, dove ha come maestri Achille Funi e Mauro Reggiani. Milano diventa lo sfondo della sua vita e di tutta la sua carriera. Diplomatasi nel 1957, prosegue gli studi nell’ambito grafico e nel 1959 è tra i fondatori di D’ARS, la prima rivista di arte contemporanea italiana, diretta da Pierre Restany a partire del 1984, che ha avuto il merito di accompagnare l’evolversi dell’arte italiana in anni cruciali. Il suo esordio è costituito da due pannelli polimaterici per la Biblioteca Musicale del Conservatorio “G. Verdi”; collabora, inoltre, all’allestimento del vicino Museo Storico. La sua prima personale è a Milano nel 1963; in seguito inizia la sua ricerca tridimensionale nell’ambito della nuova realtà spaziale di Lucio Fontana, che fa della tela una sorta di essere autosufficiente. Dalla lezione spazialista e dalla cancellazione di ogni messaggio superfluo nascono le sue creazioni, i cui esiti sono riscontrabili nelle opere esposte a Londra nel ’64 e poi in Italia. Fenditure precise, tagli raffinati che acquistano spessore diverso ad ogni sguardo, trasformandosi continuamente grazie all’osservatore. L’artista va così oltre lo spazialismo propriamente inteso, entrando nel Rigorismo di Bonalumi, Castellani e Simeti, oltre che di Fontana. In seguito realizza le cosiddette Strutture variate, rilievi di tela intagliata e dipinta ottenuti sovrapponendo più strati su fondo metallico. Dal 1976 fa parte del Movimento Arte Genetica fondato a a Lecce da Francesco Saverio Dodaro e dal 1979 introduce nei suoi dipinti la parola, trasformando la tela in una pagina percorsa da caratteri in rilievo. L’inesausta ricerca che la caratterizza la porta ad ampliare poi il suo linguaggio usando i numeri. Nelle sue opere è evidente la sua raffinata sensibilità unita a un’idea di forma elegantemente modellata. Muore a Milano nel 2020, lavorando fino all’ultimo giorno.

A cura di Federica Mingozzi

Eduarda Emilia Maino nasce a Milano nel 1930. Conseguita la laurea in medicina, decide di dedicarsi completamente all’arte, dopo aver studiato pittura da autodidatta. Nel 1957 conosce Piero Manzoni, con cui stringe una solida amicizia, e aderisce all’avanguardia milanese con lo pseudonimo di Dada, frequentando, dal 1959, il gruppo Azimuth, costituito da Bonalumi, Castellani e Manzoni. In questi anni si dedica alle cerazioni, da lei definite Volumi, influenzate da Lucio Fontana: squarci ovoidali su tela, in cui la materia viene eliminata a favore della purezza estetica. Con i Volumi a moduli sfalsati crea opere modellate su superfici plastiche, partendo da teli da doccia che vengono fissati, in più strati, su due telai. Per un errore di stampa, in un catalogo di una mostra in Olanda del 1961 il suo nome viene storpiato in Dadamaino; l’artista ne fa la propria firma personale, presentando, dal 1963-64, le sue opere con quel nome. Proprio dal 1961 si dedica agli Oggetti ottico dinamici, placche in alluminio suddivise in quadrati per creare l’illusione ottica del movimento, mentre nel ’62 aderisce al gruppo Nuove Tendenze, con Munari, Mari e altri. L’indagine sul colore ha come risultato, alla fine degli anni Sessanta, i cosiddetti Cromorilievi, in cui colori e elementi metallici danno vita a giochi di luce inusitati. Dal ’74 torna al bianco e nero con lavori in cui la superficie monocroma è percorsa da segni regolari, ma tracciati senza premeditazione. Nel 1976 l’artista viene profondamente colpita dal massacro di tremila palestinesi ad opera dell’esercito libico; inizia così a tracciare sulla sabbia scarabocchi e segni che ricreano la lettera H, consonante muta segno di omertà. Gli anni Ottanta la vedono impegnata nella costruzione di un Alfabeto della mente, con segni regolari a scopo evocativo e introspettivo. Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1980 e nel 1990. Muore a Milano nel 2004.

A cura di Federica Mingozzi

Leonor Fini nasce a Buenos Aires nel 1907; il padre Erminio è argentino e la madre, Malvina, italiana. Dopo la separazione Malvina rientra in Italia e va a vivere a Trieste; il padre tenta di rapirla più volte e la madre la traveste spesso da maschio. Il travestimento diventerà uno dei suoi tratti distintivi: “Mascherarsi è lo strumento per avere la sensazione di cambiare dimensione, specie e spazio”. La permanenza a Trieste, città cosmopolita e attiva, dà a Leonor la possibilità di frequentare un ambiente di grande cultura e di conoscere Joyce, Svevo, Saba, Leo Castelli e Gillo Dorfles tra gli altri. Suo compagno prediletto un gatto bianco, che sarebbe poi divenuto il protagonista di molte sue opere. Inizia a dipingere giovanissima (il primo concorso lo vince a quattro anni) e a diciassette anni incomincia a viaggiare in Europa, studiando a Milano con Achille Funi. Negli anni Trenta si trasferisce a Parigi e incontra i surrealisti, grazie alla stilista Elsa Schiapparelli, iniziando a sperimentarne le tecniche, soprattutto l’automatismo. Nel 1936 espone a Londra e a New York con i surrealisti e due anni dopo tiene la sua prima personale sempre a New York; l’introduzione al catalogo è firmata da De Chirico. Nel 1938 per la Schiapparelli disegna la boccetta di profumo “Shocking” a forma di busto di donna ispirata a Mae West. La sua pittura è figurativa nel significante e astratta nel significato: la figura è sempre presente, ma riesce a elaborare la sua personale semantica pittorica che traspone sulla tela il suo io, prendendo forme diverse. Durante il secondo conflitto mondiale si sposta a Montecarlo e si dedica alla ritrattistica, mentre dal 1945 al 1969 crea costumi per il teatro, l’opera, il balletto e il cinema. Muore a Parigi nel 1996. “Tutta la mia pittura è un incantesimo in un’autobiografia di affermazione che esprime l’aspetto pulsante dell’essere; la vera questione è trasporre sulla tela il senso del gioco”.

A cura di Federica Mingozzi

Jacqueline de Jong nasce nel 1939 e studia al Dipartimento di Arti Applicate dello Steselijk Museum di Amsterdam dal 1958. Negli anni Sessanta inizia ad esporre le sue opere, che risentono dell’influenza del gruppo Cobra, un movimento di avanguardia attivo fino al 1951, caratterizzato da pittura semiastratta a colori brillanti stesi con pennellate violente. In seguito si lega al gruppo Spur e all’internazionale Situazionista, movimento che intende creare situazioni definite come “momenti di vita concretamente e deliberatamente costruiti mediante l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di eventi”. Nel 1968 è a Parigi e progetta diversi manifesti per il movimento studentesco. Lavora spesso su serie di opere, ad esempio “Quadri di incidenti”, “Quadri di suicidi”, “Dipinti erotici”, in cui le figure ai dilatano sulla tela in presenze deformate e titaniche. Nella seconda metà degli anni Settanta si muove in ambito di nuova figurazione, dando vita a ritratti di stampo iperrealista, anche se, nel decennio successivo, torna a opere di impianto sintetico, in cui le deformazioni degli ambienti e dei protagonisti si confrontano in ambienti baconiani, caratterizzati da contorni curvilinei e acuminati. Nel 1998 realizza “Hommage à Asger Jorn”, 25 “modificazioni” con Enrico Baj, intervenendo su tele olografiche e commerciali con collage e figure dipinte. La sua pittura si può definire satirica, nella misura in cui cerca di mettere in discussione le certezze condivise usando il grottesco. L’arte diviene così mezzo espressivo eccentrico, di cui l’artista sfrutta al massimo le possibilità di stile, tecnica e supporto, riprendendo l’idea Situazionista secondo cui “l’azione sul comportamento si può definire attraverso l’invenzione di giochi di nuova natura”.

A cura di Federica Mingozzi

Vivian Maier nasce a New York nel 1926. Vissuta tra New York e Chicago, lavora per più di quarant’anni come tata e si dedica alla fotografia documentaria nel tempo libero. La sua attività abbraccia il periodo compreso tra i primi anni Cinquanta e gli anni Settanta e racconta la vita di New York e di Chicago attraverso fotografie a volte ruvide e spiazzanti, ma sempre evocative. Lo sfondo è costituito dalle strade dei quartieri che conosceva bene e questo le dà la possibilità di cristallizzare affettuosamente frammenti di vita. Quasi sconosciuta fino al 2016, quando le sue fotografie vennero scoperte in una serie di scatoloni in un garage del Bronx, oggi è considerata una maestra indiscussa della fotografia; il suo lavoro è caratterizzato da alta qualità e il intensa carica emotiva. Le sue immagini, infatti, hanno lo scopo di creare storie intimistiche e verosimili, se pur inserite in una spiazzante dimensione onirica grazie a riflessi, sovrapposizioni e trasparenze che le consentono di dare vita a un linguaggio personale e incisivo. I suoi soggetti preferiti sono gli esseri umani, soprattutto bambini, anche se si dedica con frequenza agli autoritratti, fotografandosi su superfici riflettenti come le vetrine. Quando ritrae i poveri, si tiene sempre a una certa distanza, mentre quando ritrae le classi sociali più elevate introduce spesso elementi di disturbo, quasi a manifestare il dissidio tra la sua reale condizione e quella da lei desiderata. Dagli anni Sessanta si dedica anche a filmare luoghi e eventi, realizzando piccoli documentari di quotidianità, mentre, alla fine dei Settanta, inizia ad usare la Leica per fotografare a colori, creando immagini dagli interessanti contrasti cromatici. Muore a Chicago nel 2009, ospite in una casa di cura.
“Ho fotografato i momenti della vostra eternità, perché non andassero perduti”.

A cura di Federica Mingozzi

Elfriede Lohse Wachtler nasce a Dresda nel 1899 in un ambiente borghese. Nonostante la disapprovazione della famiglia, nel 1915 si iscrive alla Scuola di Arti Applicate di Dresda per studiare disegno, anche se poi cambierà corso di studi per dedicarsi alla grafica applicata. Nel 1917 incontra l’artista Conrad Felixmuller che la mette in contatto con le avanguardie artistiche; in questo periodo conosce anche Otto Dix e Otto Gabriel. Grazie a questi incontri inizia a riflettere sulla sua arte, alla ricerca di una cifra personale che mescola Espressionismo, Simbolismo e Nuova Oggettività. Nello stesso periodo lascia la casa paterna, taglia i capelli e inizia ad indossare abbigliamento maschile, usando lo pseudonimo di Nikolaus Wachtler. Nel 1921 sposa l’artista bohemien Kurt Lohse e con lui si trasferisce ad Amburgo, dove entra nel gruppo della Neue Sachlichkeit. Il matrimonio, a causa delle continue infedeltà di Kurt, finisce e, nel 1929, viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico Friedrichsberg; durante la degenza dipinge una serie di ritratti crudi, aspri e grotteschi, le cosiddette “Teste di Friedrichsberg”, che entusiasmano i critici, che la accostano a Kokoschka e Schiele. Nel 1932 fa ritorno a Dresda, ma viene nuovamente e ricoverata e le viene diagnosticata la schizofrenia. Nel 1935, come previsto dalla legge per la prevenzione della prole geneticamente difettosa, viene sterilizzata a forza e nel 1937 le sue opere sono esposte nella mostra dell’Arte degenerata. Muore nel 1940, nell’istituto di soppressione di Pirna-Sonnenstein, vittima del progetto “Aktion T4”, che prevedeva l’eutanasia di massa di adulti disabili; le sue opere vengono in parte distrutte. “Malgrado tutto quello attraverso cui sono passata, sono abbastanza stupida da credere che la gente buona esista ancora”.

A cura di Federica Mingozzi

Benedetta Cappa nasce a Roma nel 1897 da una famiglia piemontese. Allieva di Giacomo Balla, sperimenta diverse forme d’arte, tra cui anche la letteratura. Nel corso della sua vita pubblica infatti tre romanzo. Nel 1918, a una mostra, conosce Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo, e lo sposa nel 1923. Di lei Marinetti dice: “Ammiro il genio di Benedetta, mia uguale non discepola”; a lui Beny, come viene chiamata, dona un disegno paroliberista dal titolo Psicologia di un uomo, in cui chiarisce il suo pensiero in merito alla misoginia del movimento e lo firma “Benedetta fra le donne, parolibera futurista”. Nel 1929 firma, con Balla, Depero, Marinetti e altri, il Manifesto dell’Aeropittura. Dopo una prima fase in cui è evidente il legame con il maestro Balla, infatti, il suo linguaggio si evolve e diventa autonomo; la fonte principale di ispirazione sono proprio i viaggi in aereo, da cui trae spunto per la sua creatività, distinguendosi per i suoi paesaggi lirici e trasfigurati. Lavora inoltre anche come scenografa. Partecipa a cinque edizioni della Biennale di Venezia e a tre della Quadriennale di Roma e nel 1930 è la prima donna ad avere un’opera nel catalogo della Biennale. Dopo la morte del marito, nel 1944, dedica le sue forze a valorizzare il Futurismo, riunendo opere e manoscritti e promuovendo mostre, tra cui quella di Parigi del 1951. Muore a Venezia, dopo una lunga malattia, nel 1977.

A cura di Federica Mingozzi

Cagnaccio di San Pietro, al secolo Natalino Bentivoglio Scarpa, nasce a Desenzano del Garda nel 1897. Dopo aver trascorso l’infanzia nella casa dei nonni sulla laguna veneta, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1912, anche se deve lasciare dopo un solo anno per problemi economici. Continua comunque a dipingere e a studiare il Rinascimento italiano, soprattutto veneto, e sperimenta le ricette per la creazione dei colori, producendo anche piccole Madonne bizantineggianti. Nel 1917 viene chiamato alle armi, ma è congedato dopo due anni per un incidente al polpaccio. Aderisce prima al Divisionismo e poi al Futurismo, partecipando a una mostra a Ca’ Pesaro nel 1919 con due dipinti di carattere futurista; ad inizio anni Venti si allontana dal movimento. Inizia a usare lo pseudonimo Cagnaccio in occasione della Biennale del 1924; aggiunge poi “di San Pietro” in ricordo di San Pietro in Volta, dove aveva trascorso l’infanzia. Antifascista convinto, viene ignorato da Margherita Sarfatti e dagli ambienti ufficiali. Ispirato dal Realismo magico, esegue opere in cui la realtà rielaborata si ispira ai canoni classici, ma viene trasfigurata da un’atmosfera sospesa che va al di là della realtà stessa. Ammalatosi di una malattia degenerativa, si defila dalla vita pubblica e aggiunge alla sua firma la sigla SDG (Soli Dei Gloria). Muore a Venezia nel 1946, dopo due anni trascorsi in ospedale.

A cura di Federica Mingozzi

Piero Guccione nasce a Scicli nel 1935. Studia a Catania e all’Accademia di Roma, dopo essersi trasferito nel 1954. Tra il 1958 e il 1969 partecipa alle missioni paletnologiche nel Sahara libico con l’equipe dell’archeologo Fabrizio Moro, alla ricerca di pitture rupestri. A seguito di questa esperienza organizza, nel 1961, una mostra a New York, preceduta dalla sua prima personale a Roma. Dal 1962 al 1964 fa parte del gruppo “Il pro e il contro” insieme ad artisti e critici, finendo per rappresentare un punto di riferimento per la pittura realista. Nel 1971 a Ferrara organizza la sua prima antologica, seguita da un altro evento di vasta portata a Conegliano 18 anni dopo. Nel 1981 è tra i fondatori del Gruppo di Scicli, insieme alla moglie Sonia Alvarez, scegliendo di allontanarsi dai grandi centri per scegliere luoghi appartati di creazione. Nelle sue opere ci si perde nell’infinito del suo mare, scrutando immense distese segnate da linee geometriche, che rendono percepibile il rumore della risacca. Muore a Quartarella nel 2018.

A cura di Federica Mingozzi

Arnaldo Badodi nasce a Milano nel 1913. Si diploma a Brera, dove rimane come insegnante di ornato. Nel 1934 entra a far parte del gruppo milanese “Corrente” nato, in opposizione alla cultura ufficiale, con lo scopo di svecchiare l’arte italiana; per questo predilige i colori accesi e le forme fantastiche, segnate da una “melanconia altamente poetica”. Il suo stile di muove tra una stilizzazione disegnativa popolareggiante e pre-realista e un espressionismo di intensa suggestione pittorica; ama particolarmente gli ambienti dei circhi, delle sartorie e delle modisterie e quelli della Milano più segreta, con i suoi personaggi modesti e gli interni borghesi. Nel 1939 vince il Premio Gavazzi di Brera con l’opera dal titolo Battaglia di Milazzo. Nel 1941, durante una sua personale alla “Bottega di Corrente”, il critico Raffaele De Grada lo definisce “il più contenutista dei pittori di Corrente”, caratterizzato da “un’ironia chatlottiana profondamente patetica”, come sottolinea Marco Valsecchi. Nel 1942 parte per la Russia come tenere dei Bersaglieri; ferito, viene proposto sul campo per una medaglia al valore. Muore di tifo nel marzo del 1943 nell’ospedale russo di Kamenskoye, dopo essere stato fatto prigioniero nella battaglia del Don.

A cura di Federica Mingozzi


Mario Chiattone nasce a Bergamo nel 1891. A Brera studia architettura e frequenta l’ambiente vivace del tempo, conoscendo Carrà, Boccioni, Dudreville, Sant’Elia e altri. Nel 1912 partecipa alla Mostra della pittura e della scultura rifiutata, disegnando la copertina del catalogo. Tra il 1913 e il 1914 a Milano nasce il gruppo Nuove tendenze, movimento considerato precursore del futurismo architettonico. Insieme a Sant’Elia ne firma il documento programmatico. Dopo una collettiva presso la Famiglia Artistica di Milano, il gruppo si scioglie a causa di contrasti interni. Chiattone si ispira a Sant’Elia, autore del Manifesto dell’architettura futurista, rifiutando però di aderire esplicitamente al Futurismo. Nel 1919 si trasferisce a Lugano e si fa conoscere come architetto, lavorando a progetti tesi a conciliare il linguaggio classico con l’architettura regionale storica ticinese. Le sue città sono rappresentate attraverso spazi, elementi e parti della metropoli nella loro tridimensionalità. Nel 1928 accetta di esporre le sue opere alla Prima Mostra di Architettura Futurista a Torino. In seguito, ripudia questo momento. Il lavoro nel Canton Ticino è testimoniato da opere concrete, mentre ciò che rimane della produzione grafica giovanile è presso il Gabinetto Disegni e stampe dell’Università di Pisa. Gran parte di tale produzione è andata dispersa a causa del bombardamento del suo studio milanese nel 1943. Muore a Lugano nel 1957.

A cura di Federica Mingozzi


Joseph Beuys nasce a Krefeld nel 1921. Trascorre la sua infanzia a Kleve, sulla riva sinistra del Basso Reno: la sua terra d’origine lo influenza notevolmente, così come le scienze naturali. Frequenta lo studio dello scultore Achilles Moortgat. La sua ricerca si nutre dell’Idealismo caro al primo Romanticismo tedesco e della musica di Wagner e Satie. La sua più grande motivazione personale è la solidarietà sociale: per questo si iscrive alla facoltà di Medicina. Arruolato però nella Luftwaffe, nel 1943 precipita in Crimea e viene salvato da una tribù di Tartari che, per evitargli il congelamento, lo avvolge coprendolo di grasso e avvolgendolo nel feltro. L’idea della generazione di calore attraverso materiali naturali sarà poi un elemento ricorrente nella sua opera. Dopo la guerra, si iscrive all’Accademia di Dusseldorf; in questo periodo si avvicina al pensiero di Rudolph Steiner, fondatore dell’Antroposofia. Negli anni Settanta si avvicina al gruppo Fluxus, da cui trae l’idea dell’arte come strumento di coscienza e come via di accesso alla veritá. La sovrapposizione tra arte e vita, l’opera d’arte totale, rivive nel rapporto con la memoria di guerra, tema per lui ricorrente. A questo si collegano le sue parole: “Ogni uomo è un artista” e il concerto di Soziale Plastik, che si indirizza a ogni campo dell’attività umana. Famose le sue performance, che nascono dalla sua continua ricerca. Warhol lo ritrae nel 1980, quando visita la Factory. Gli anni Ottanta lo vedono impegnato nella realizzazione di installazioni che dialogano con la natura. La morte prematura, nel 1986, non gli consente di portare a termine il percorso intrapreso con “7000 querce”, un triangolo davanti al Museo Federiciano, composto di 7000 pietre di basalto adottabili. Il ricavato della vendita permetterà di acquistare 7000 querce che formeranno un grande bosco, che oltrepasserá i limiti temporali dell’esistenza dell’artista, la cui memoria durerà per sempre.

A cura di Federica Mingozzi


Enrico Accattino nasce a Genova nel 1920. La famiglia è originaria di San Salvatore Monferrato e proprio al Monferrato l’artista legherà la sua memoria e la sua identità. Inizia da autodidatta proprio nelle campagne monferrine, dove trascorre molto mesi a casa dei nonni. Le scene di vita quotidiana, collegate al lavoro nei campi e poi a quello del mare, saranno le tematiche portanti della sia produzione figurativa. La sua formazione è influenzata dall’incontro con Felice Casorati, che lo ospita nel suo studio e gli insegna il gusto per la visione. Dopo aver partecipato alla guerra come fante del 52^ battaglione in Puglia, torna a Roma dove lavora a grandi cicli pittorici e contemporaneamente frequenta l’Accademia; nel 1947 va a Parigi, dove entra in contatto con un mondo in fermento. Trasferitosi poi definitamente a Roma nel 1951, inizia a esplorare con i suoi dipinti il dolore e la miseria del genere umano, “una pittura secca, essenziale, senza compiacimenti”, come scrive Pasolini. Anche Guttuso apprezza le sue opere, riconoscendovi l’onestà intellettuale e la forza di un’arte senza compromessi. Nella seconda metà degli anni Cinquanta si avvicina all’astrazione, con figure che diventano segni di tale potenza cromatica da narrare senza dover mostrare. Il cerchio diventerà da questo momento la sua forma essenziale, declinata in plurime interconnessioni. A lui si deve anche la nascita dell’Educazione all’immagine come disciplina. Muore a Roma nel 2007, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita, segnati dalla malattia, a dipingere e produrre.

A cura di Federica Mingozzi


Gino Rossi nasce a Venezia nel 1884. Ad inizio secolo trascorre un periodo tra Francia e Bretagna, dove si forma a contatto con la cultura figurativa francese e esprime nei suoi dipinti la potenzialità espressiva della sintesi cromatica. Tornato in Italia, partecipa alle mostre di Ca’ Pesaro, centro del rinnovamento della cultura italiana in contrapposizione alle esposizioni ufficiali della Biennale. Le opere di questo momento sono segnate dai soggiorni a Burano e Asolo. Richiamato al fronte, viene toccato in maniera profonda dall’esperienza della guerra, tanto che il suo equilibrio mentale ne risulterà compromesso. Dal 1918 produce opere di ispirazione cubista, prestando particolare interesse alla costruzione della forma. Nel 1925 viene ricoverato in manicomio a seguito del peggioramento delle sue condizioni. Muore nel 1947 a Treviso. Il corpus dei suoi dipinti è composto da un centinaio di opere, alcune delle quali recto-verso, probabilmente per ragioni economiche, e su supporti di cartone. I suoi paesaggi regalano una scarica di energia attraverso cromie intense di bianco, azzurro e verde; i colori sembrano amplificarsi nelle sue immagini, rinvigorite da un segno quasi istintivo e rapidissimo. La sua lezione pittorica è stata di fondamentale importanza per le Avanguardie.

A cura di Federica Mingozzi


Belkis Ayón nasce nel 1967 a L’Avana. Con le sue opere dà vita a una nuova mitologia, capace di unire Africa, America e Caraibi in una nuova realtà. Specializzata nella tecnica della collografia, che unisce materiali differenti incollati insieme per ottenere una matrice da inchiostrare e stampare, riscrive tradizioni e credenze di antiche società maschili, tra cui l’Abakuá. I suoi lavori, spesso in bianco e nero, presentano figure con teste oblunghe, occhi a mandorla vuoti e senza bocca, su sfondo scuro. Sono figure arcaiche che danno vita a scene permeate di religiosità antica, sacerdoti e sacerdotesse di rituali antichi e cerimonie reinventate in tradizioni immaginarie. Muore suicida nel 1999, senza lasciare spiegazioni; le sue figure però continuano a guardarci, interrogandoci sul senso del vivere e toccandoci nel profondo.

A cura di Federica Mingozzi


Amrita Sher-Gil nasce a Budapest nel 1913; la sua formazione artistica avviene nell’India del Nord, dove la famiglia risiede. Nel 1924 si trasferisce a Firenze per seguire le lezioni di uno scultore italiano conosciuto in India; cinque anni dopo va a Parigi per frequentare l’Accademia. Nella capitale francese ha la possibilità di frequentare un ambiente culturalmente vivace, caratterizzato da un eterogeneo gruppo di intellettuali e artisti. Nel 1934 ritorna in India, alla ricerca delle sue radici e con la volontà di concretizzare il suo percorso di pittrice, scegliendo come soggetti donne, uomini e animali della sua terra. La sua tavolozza si arricchisce di infinite sfumature, la sua pennellata si densifica e acquisisce un tratto peculiare, che la caratterizza soprattutto a livello cromatico: e nel colore c’è tutta la sua India, che fissa sulla tela con sguardo aperto e affettuoso. Muore nel 1941, forse per le conseguenze di un aborto, lasciando un nucleo ricchissimo di opere, a testimonianza della sua capacità di narrare il reale rendendolo leggibile in tutta la sua potenza.

A cura di Federica Mingozzi


Pillole d'arte a cura della Dr.ssa Federica MINGOZZI, insegnante di materie letterarie all’Istituto Carlo Alberto di Novara, nonché guida turistica, delegata FAI e conduttrice televisiva di apprezzati programmi culturali su Videonovara

Anita Berber, nata nel 1899 a Lipsia, è stata una ballerina e un’attrice, sia teatrale che cinematografica. Notata nel 1915, entrò a fare parte della compagnia di Rita Sacchetto, che si esibiva in coreografie basate su movimenti plastici, trasgressivi e provocatori. In seguito, iniziò esibirsi in coreografie da solista, ballando molto spesso nuda, e poi a recitare, divenendo molto nota tra i suoi contemporanei anche per gli eccessi che segnarono la sua vita. Morì a Berlino, nel 1928. Nel 1925, Otto Dix, pittore tedesco esponente della corrente definita “Nuova oggettività”, la ritrasse nel dipinto “La ballerina Anita Berber”. Nell’opera, Anita è raffigurata fasciata da un abito rosso, con una mano appoggiata sul fianco. La posa è vampiresca e il suo viso é ricoperto da uno strato spesso di trucco, come se stesse indossando una maschera. In questo modo il pittore sottolinea che in lei tutto, anche l’atteggiamento e la sensualità esagerati, sono, in fondo, una performance.

A cura di Federica Mingozzi



Anita Clara Rée, nata nel 1885 ad Amburgo, inizia a studiare pittura nel 1905. Dopo un viaggio di formazione a Parigi, torna in Germania preceduta dalla sua fama come ritrattista. È tra le promotrici della Secessione, ma contestualmente porta avanti la sua ricerca artistica, che le consente di trovare un linguaggio personale, connotato anche dal sapiente uso del colore, per il quale è influenzata dall’arte italiana. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1933, le sue opere sono state considerate Arte degenerata e salvate grazie all’intervento di William Werner, ex custode della Hamburger Kunsthalle, dove fino a quel momento erano custodite.

A cura di Federica Mingozzi


  1. Vincenzo Castaldo

    Interessante conoscere artisti poco conosciuti. Mancherebbe completare con qualche opera in più degli stessi.
    Brava e grazie Federica

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